Eugenio-Allegri-2018

Cari amici,

avere una pagina blog mi impegna a rivolgermi a voi per tracciare un bilancio del 2017 appena terminato e a dare qualche spunto di riflessione per questo 2018 appena iniziato. Parlo del mio lavoro di attore e regista innanzitutto, ma non posso fare a meno, da questo punto di osservazione di guardare alla realtà che mi circonda e che in parte spero di contribuire, come tanti, a rendere migliore grazie al teatro, che per quanto sia piccola cosa tanto occupa del destino culturale del paese e, per mia fortuna, del mio essere cittadino in questa Italia che manda segnali contraddittori, come ormai da anni avviene, circa la sua natura che a mano a mano col tempo si rivela.

In realtà non ho bilanci da fare, né consuntivi né tantomeno preventivi. Ribadisco però la convinzione che il teatro, tra le forme di spettacolo, meglio sarebbe dire di arte “dal vivo”, è quella che meglio incarna i desideri e le reali possibilità di crescita culturale del Paese. Vedo intorno a me purtroppo tanti luoghi comuni, tanta pigrizia, tanta furbizia e opportunismo, tantissima tentazione di adagiarsi sulle rendite di posizione da parte di molti “artisti” che approfittano di un’Italia impaurita e bloccata per giustificare, la propria immobilità, la pochezza di idee, il conformismo più bieco travestito da impossibilità di proporre un cambiamento nelle scelte di nuove forme e nuovi contenuti delle loro opere. Certo così è più facile: non si rischia nulla e alla fine si raccoglie sempre più di quanto si semina. Il risultato però è che l’Italia resta indietro rispetto agli altri paesi, e gli italiani rispetto agli altri popoli.

Qualche mese fa i giovani studenti delle scuole superiori di una città dove lavoro con passione e continuità, e mi riferisco alla piccola-grande Follonica, nel mezzo di un incontro dedicato ad un progetto inserito nell’Alternanza Scuola-Lavoro, ad una domanda circa le loro intenzioni per il futuro, hanno manifestato con una percentuale almeno dell’80% il desiderio di andare a studiare e a lavorare all’estero. La cosa mi ha francamente dapprima paralizzato la mente e subito dopo molto rattristato. Se questo accade nella tranquilla e tutto sommato benestante Follonica, come si può pensare di arginare la fuga ormai galoppante di tanti giovani che vivono nelle aree depresse del paese, che sono tante? Noi in Italia non possiamo permetterci di perdere alcuna intelligenza, alcuna forza, alcun acume, alcuna abilità.

Ecco: se mi fermo a riflettere sul destino di questo 2018, l’impegno che vorrei potermi prendere è quello di lavorare alacremente per ritrovarmi tra quelli che pensano di dover costruire un argine che blocchi quella fuga; e che pensano di farlo subito, ora, senza indugiare. Se se ne vanno i giovani da questo nostro Bel Paese, non ci sarà futuro per coloro che rimarranno e a ben poco serviranno le residue eccellenze che giaceranno negli ospizi che chiameremo case editrici, televisioni, cinema, teatri, conservatori, scuole di teatro, di illustrazione, di scrittura e via dicendo, anche quelle che furbescamente lavoreranno programmaticamente per creare non cittadini al servizio del paese bensì colti emigranti di lusso: italiani di madre lingua inglese.

Penso allora ad alcuni amici che dolorosamente ho perduto nel 2017, alcuni di loro erano colleghi, artisti e teatranti di straordinaria levatura, altri semplicemente persone speciali. Non farò i loro nomi tutti insieme qui ora perché so che nel corso del tempo avrò modo di richiamarli alla memoria mia e di chi li ha conosciuti o anche solo incontrati. So che per rispetto nei loro confronti, in quanti altri da tempo mancano all’appello e in quanti invece continuo a trovare al mio fianco, non potrò fare altro che lavorare in teatro con consapevolezza e responsabilità. A loro e a tutti voi dedico tre scritti sul teatro che in anni diversi trovano tuttavia la loro coerenza e un legame forte con la realtà

Un caro saluto a tutti e un 2018 comunque di bellezza.

Eugenio

Presentazione – La Commedia dell’Arte come memoria attiva del teatro

Fin dal 1983, anno in cui prendeva avvio il ciclo di Commedia dell’Arte del Tag Teatro di Venezia, una delle questioni cruciali del lavoro di quel gruppo era la questione drammaturgica. Ora, dire “drammaturgia” parlando di commedia “all’improvviso” pareva a tutti noi anacronistico ben sapendo che gran parte dell’ammirazione e della considerazione che nutrono gli attori di maschera è sempre derivata dalla abilità di pantomimi, di acrobati, di anime indiavolate, di corpi dominati dalla velocità, dalla musicalità vocale, fisica infine anche strumentale e di quel tanto altro che fa della commedia all’apparenza un puro e semplice, seppur mirabolante, gioco teatrale. Le vicende, le storie narrate, gli intrecci, il solo sospetto di elementi di introspezione psicologica dei caratteri/personaggi maschera, apparivano ai più come elementi secondari; eppure sapevamo perfettamente, attori e registi, che non era così, che quegli elementi invece formavano l’ossatura di un canovaccio. Oggi, dopo oltre un decennio ricco di innumerevoli esperienze di Commedia dell’Arte, quella questione rimane immutata nella sua centralità. La drammaturgia, in “commedia” resta un problema da affrontare. Certo, in uno spettacolo si può far ridere con una sola battuta e ancora si può facilmente dimostrare che, attraverso un certo gesto e un certo movimento espressivo di maschera, la “forma” si fa contenuto e può bastare così; e se poi magari vi si aggiunge un gioco di alta abilità, fisica piuttosto che vocale, si arriva a stupire il pubblico. E tuttavia questo non basta a forgiare il linguaggio nuovo che la Commedia dell’Arte può articolare in una società avanzata e complessa. Ciò che occorre è esattamente il contrario ovvero pensare ad un linguaggio e a una tecnica teatrale continuamente aggiornata e arricchita dalla poetica e dal pensiero politico e storico: questa è la ragione che hanno le maschere di continuare ad esistere nel teatro italiano. La “Commedia umana”, come la definiva Lecoq. Il linguaggio che si articola nella cosiddetta “scrittura scenica” di un canovaccio di Commedia può contenere una gamma di stimoli i più vitali e duraturi per la creazione di una drammaturgia comica contemporanea che non sia neutrale o succuba di una ragion di stato, o di spettacolo, nazionalpopolare. Se sono esistite le esilaranti farse di Govi, il grande teatro di Eduardo, gli irriverenti monologhi di Petrolini, le improvvisazioni geniali di Totò, sappiamo che all’origine vi è stata la Commedia dell’Arte, magari anche solo come fonte di ispirazione per una scrittura comica triturata, rianimata e reinventata. E allora, un canovaccio moderno, da buon fratello minore, può andare alla ricerca della propria origine, della propria storia, del proprio presente per ritrovare la “memoria attiva” di un discorso sul teatro e, attraverso il teatro, di un discorso sulla società. Non si tratta di un semplice atto di opportunismo o di furbizia; si tratta di reinventare l’attualità: dire battute intelligenti legate a temi chiari in cui un popolo, o anche solo un pubblico, si riconoscono perché suscitano un immaginario collettivo, storico, umano, fantastico. Insomma un teatro comico vivo e attivo nel tempo, in cui la bravura pirotecnica degli interpreti e la bellezza delle storie che essi sanno raccontare, parafrasando Moliere, apra la mente e arrivi sino al cuore degli spettatori.

Eugenio Allegri (Torino, marzo 1994 – settembre 2017)


EUGENIO ALLEGRI (intervento su Leo De Bernardinis)

È una grande emozione essere qui……andiamo sul palco mille volte, ma l’emozione che provo vedendo anche solo alle mie spalle, sullo schermo, l’immagine degli occhi di Leo è ineguagliabile. È come se Leo fosse presente.

Leo manca sotto tutti i punti di vista: poetico, artistico, politico, sociale… Nella nostra società italiana Leo De Berardinis il teatrante e il teatro di Leo De Berardinis, oggi mancano. Nel dibattito culturale odierno la sua riflessione, la sua capacità di sintesi e la sua straordinaria presenza avrebbe stimolato molto la forza che, purtroppo, noi teatranti non sempre riusciamo a difendere e ad avere.

Il teatro oggi purtroppo ha perso quella forza che aveva ai tempi di Leo. Mi fa piacere pensare che, per quanto il teatro possa essere considerata arte effimera, ci siamo ancora noi attori che possiamo portare le nostre testimonianze, possiamo quasi essere un archivio incarnato.

Ad oggi succede che noi attori di Leo recitiamo spettacoli ma teniamo anche laboratori. Quando dirigi un laboratorio, dove spesso gli utenti sono giovani, arriva un momento in cui parli dei tuoi maestri, dei tuoi ispiratori, dei registi con cui hai lavorato e poi sai che arriverà un momento in cui ti verrà di parlare di Leo. È così, per tutti noi che abbiamo lavorato con Lui. Devi raccontare il tuo punto di snodo e lì fai il nome di Leo. Non è sempre facile perché i giovani ne hanno sentito parlare, ma non sanno. Ecco, questo archivio che sta per nascere qui a Bologna, può coprire questo vuoto, in questo modo si potrà sapere di chi stiamo parlando, la presenza di un archivio significa poter dire concretamente: andate a cercate il materiale, andate a conoscere chi è, chi era Leo, chi è stato, non fidatevi solo della mia parola.

Parlerò di uno spettacolo che non ha visto praticamente nessuno quando andò in scena; lo replicammo per dieci giorni a Roma nel 1987 (mi sono ritrovato da poco tra le mani il depliant del Teatro Ateneo), poi immediatamente dopo a Bologna, al Teatro Testoni, per tre giorni, e poi nessuno lo ha mai più visto.

Macbeth è stato uno di quegli spettacoli che per molte ragioni mi ha sempre lasciato dei punti interrogativi, pur lasciandomi, per tante altre, un patrimonio straordinario. In quei circa tre mesi di lavoro in cui restammo a Roma, prima del Macbeth avevamo riallestito Novecento e Mille (dopo l’esperienza bolognese con Delirio nasceva il Teatro di Leo a Santarcangelo; ecco, vedete apparire proprio ora sullo schermo la fotografia di una scena di Delirio, credo riguardi l’inizio dello spettacolo: purtroppo è in primo piano la mia faccia…ecco, si nota chiaramente che porto addosso, cioè esprimo una sorta di sguardo ebete mutato però in sguardo “mistico”, il che denota una totale assenza di consapevolezza di quello che stavo facendo…..in genere il misticismo, si sa, depista o presuppone l’assenza, volontaria o involontaria, di consapevolezza; uno, quando non sa che cosa sta facendo diventa mistico e io appunto ho volontariamente, ammetto, uno sguardo mistico…..nella foto, vedete…scherzo naturalmente….. forse ero solo molto giovane….. ma Leo controlla da dietro, per fortuna).

Insomma, quando ho deciso di parlare dell’esperienza del Macbeth sono andato a cercarmi degli appunti che sapevo di aver tenuto da parte; sono appunti di lavoro di un attore, ma li metto volentieri a disposizione. Potrebbe essere un contributo iniziale per capire come si lavorava con Leo.

Eccoli:

16 dicembre 1987 appunti Macbeth. Leo presenta parte della compagnia, il 18 sarà riunita tutta la compagnia alle 16, in seguito 15.30.

Sullo spettacolo: ipotesi di partenza: la compagnia sempre in scena, eliminare lo scandalo dei camerini, Macbeth è un corpo unico, Shakespeare parla di un uomo unico, un uomo totale.

Macbeth come una macchia nera che si espande e si richiude.

Il re è l’uomo (perfetto) quella macchia è Malcolm prima della morte di Duncan che diventa re dopo la morte dello stesso.

Tutti i personaggi del Macbeth sono scorie di Malcolm; le streghe ambigue sono al limite elementi del bene perché istigano al superamento delle prove. Macbeth comincia con la lotta contro il tradimento: barboni che recitano con dei cappotti.

La scenografia non dovrebbe esistere, e arriverà ad essere fatta con 12 pietre di tufo e 12 candele, una poltrona da ufficio è il trono di Macbeth.

Secondo giorno di prove: lavoriamo sulla scansione dei versi; i versi secondo la metrica e i versi secondo la logica. Poi una serie di esempi di battute: suddivisione fonetica delle battute delle streghe, si lavora su quello. Le parole sono spezzate: QUAN-DO cin-con-tre-remo an-co-ra; lavoriamo su una scansione, su un esperimento.

Il 18/12 ripresa prove del giorno prima e abbiamo una serie di scene.

Alcuni passaggi di questi appunti sono più che altro grumi di pensieri. Barboni senza coscienza, anche Duncan che parrebbe cosciente in realtà è una coscienza minore (io interpretavo Duncan). Solo Malcolm è il vero consapevole. Sino all’apparire di Malcolm è un dormiveglia, siamo in un dormitorio. L’inizio è una macchia nera che alla fine si trasformerà in apparenza di bianco. La grazia, l’esoterismo, le filosofie presocratiche, la fede, lotta tra il bene e il male, nella battaglia vanno eliminate le scorie.

(Nel Macbeth che interpretavamo non c’era una spada, una caduta, un morto, una battaglia, niente di tutto quello).

Recupero esoterico dell’io con l’uccisione dell’ego umano, recupero psicologico del sé con l’uccisione dell’ego umano. Dobbiamo sovrapporre al Macbeth la disperazione attuale, l’impotenza, la tristezza, la disperazione del nostro tempo.

19/12: Ripresa della lettura da parte di tutta la compagnia. Lavoriamo sul terzo atto. Rispettare la scansione ritmica dei versi, chiudere e pausare ogni fine verso, nessun legame logico, la chiusura in minore dei fine versi.

La Scozia di Shakespeare è la terra, il pianeta. Si cita Jung. Poi riprendiamo dall’inizio la lettura delle streghe, il lavoro della fissatura delle scansioni con le quali si interrompono le frasi e le parole, sino alle battute dette tutte insieme. È tutto un lavoro ritmico, melodico. Abbiamo lavorato molto sulla scansione poetica e metrica, le prove iniziarono leggendo Leopardi, dove lavoravamo sulla scansione, poi anche sui settenari di Iacopone da Todi.

(Ci sono poi appunti con numeri di telefono: fungevo anche da amministratore della compagnia, quindi c’è tutto un libro con paghe, le spese sostenute, all’inizio ci auto tassavamo).

20/12: Ricerca sulla voce risuonante. Leo ci disse che non dovevamo mandare la voce dal palcoscenico, dovevamo farla risuonare sul palcoscenico. In molte critiche successive i giornali parleranno di “voce bassa, misteriosa”. In realtà era questo: Leo ci chiese di non mandare la voce in sala: «Dovete farla risuonare sopra di voi, intorno a voi, deve risuonare nel palcoscenico e il pubblico la deve captare mentre risuona sul palcoscenico».

I risultati non furono immediati.

Lavoro sullo spazio e sui percorsi, stile Novecento e Mille: la camminata lenta e contro il movimento della testa, ovvero procediamo in una direzione col corpo, ma la testa non dirige il movimento, lo sguardo è da un’altra parte, c’è una sorta di rottura.

Leo mi permise di lavorare molto sul discorso del comico (io, per esempio, arrivavo dal teatro della commedia dell’arte).

8/1/88: Dopo alcuni giorni di grande travaglio, con pause natalizie e influenze, si passa ad una fase di improvvisazione, nuovo nel lavoro di Leo. La ricerca di una verginità, di una primitività che fin dall’inizio dello spettacolo deve far supporre che prima di questo momento non ci fu mai teatro. Mai forma di rappresentazione e che, dal racconto iniziale, si passa ad essere ciò di cui si parla seduti a ferro di cavallo su delle sedie.

Ad un certo punto la nostra difficoltà di trovare ciò che Leo ci chiedeva di fare si traduce nel fatto che ci sediamo tutti intorno a semicerchio e ci possiamo muovere in ogni direzione cercando di inventare.

Poi, nei miei appunti, c’è una riflessione che arriva dopo circa due settimane:

20/1: molte cose sono cambiate dall’ultima volta che ho trascritto gli appunti,: periodo di lavoro sull’improvvisazione, poi, dopo alcuni tentativi che non hanno restituito subito il risultato atteso, Leo ha rinunciato ad insistere.

Idea di stare in un cerchio aperto come fossimo una tribù raccolta che inizia a raccontare una storia nella quale poco per volta ci si immedesima sino ad arrivare alla rappresentazione di ciò che racconta, cioè la storia di Macbeth. E’ una visione suggestiva che si aggiunge a quella altrettanto suggestiva dei barboni del dormitorio.

Oggi tutto ciò appare un po’ perduto se non altro per il fatto che i nostri costumi sono dei cappottoni ineleganti che rimandano a barboni per una scena in cui tutti ci sdraiamo a terra dormienti. Di quella tribù si è persa un po’ traccia e anche di tutto quanto di primitivo che poteva scatenare la fantasia.

Giorni successivi: Ora siamo in una sala (il teatro è occupato da un’altra compagnia); lavoriamo sulle battute e sulle voci, Macbeth è un testo difficile, va affrontato con rigore inequivocabile dal punto di vista della dizione. Ultima riflessione è sui versi: lavoriamo sul settenario e sull’endecasillabo, l’ultimo accento dell’endecasillabo è fisso mentre gli altri sono mobili, ricordiamoci.

Elidere è una regola determinata in poesia, afferma l’esistenza della regola e, nello stesso tempo, diviene un itinerante scelta poetica. Civiltà colta che sorprende ciò che tutti si attendono, civiltà accidentale, la periodicità presente e assente ci dà il ritmo.

Ogni verso ha la propria regola. Non possiamo dire cos’è la poesia ma possiamo dire che è poesia.

Flusso ritmico, la grande poesia racchiude in equilibrio contenuto il modo. Lettura anagogica, libera per intuizione.


Riflessioni circa il ruolo presente e futuro del Teatro Fonderia Leopolda

Nel presente del nostro paese, l’intreccio tra l’attività di un teatro e la politica culturale di un territorio o di una città, può condizionare una parte del destino delle tante comunità come questa stessa di Follonica che, pur in presenza di consolidate risorse economiche, di un’alta qualità della vita, di un sistema funzionante di partecipazione e di dialogo e di tante altre situazioni virtuose, di fronte alle molte sfide che l’attualità pone loro di fronte, non possono pensare tuttavia di adagiarsi sull’esistente.

E’ certamente necessario salvaguardare un presente di conquiste materiali e sociali, ma contemporaneamente, di fronte alla grave crisi di identità individuale che l’umanità registra pressoché su scala planetaria, si è obbligati a pensare e progettare un futuro di innovazione etica e culturale e a costruire nuovi sistemi di valori, principi e regole, prima che le pratiche esclusivamente economicistiche pieghino la vita delle comunità alla sola salvaguardia di quella presunta protezione sociale (con i suoi sistemi di articolazione ormai rigidi e spesso obsoleti) che, in assenza di una acquisizione di consapevolezza culturale individuale, risulterebbe comunque traballante e renderebbe vana qualsiasi conquista acquisita collettivamente.

Pensare di dormire sonni tranquilli senza impegnarsi in prima persona dunque non è ammesso.

Con una declinazione popolare e prosaica si potrebbe dire: non si vive di solo pane. Ma noi siamo più ambiziosi o presuntuosi e diciamo allora che nessuno oggi può pensare di salvaguardare le proprie regole civili di comunità, senza programmare o partecipare a una politica culturale che sottragga preventivamente terreno alla inciviltà degli individui.

Non a caso, da più parti e a diversi livelli di responsabilità, sino alle vette più alte della politica mondiale, si afferma essere la Cultura l’ambito in cui si potrà operare per “salvare” il destino dell’umanità; perché è ovvio che nella condizione umana solo la Cultura nelle sue varie declinazioni (Arte, Scienze Umane e Sociali, Religioni) riesce a coniugare le necessità di pura sopravvivenza con l’ambizione alla pienezza dell’esistenza.

Affermazione apparentemente importante e solenne.

Ma l’affermazione in sé non basta se accanto non ci si impegna ognuno a promulgare un Sistema Culturale che regoli le esigenze e le aspirazioni, non dico dell’intera umanità, bensì di una semplice e piccola comunità.

Si può successivamente e facilmente dedurre che la somma di tanti, diffusi sistemi culturali, pensati da ognuno di noi (artisti, uomini di cultura, studiosi, intellettuali o quel che resta, dirigenti e impresari e maestranze culturali), dicevo pensati da ognuno di noi per un futuro di progresso delle diverse comunità, dovrebbe e potrebbe generare un ulteriore sistema sempre più ampio attraverso il quale molte e differenti popolazioni, in città diverse, con usi e costumi diversi, potrebbero dialogare tra loro civilmente. Diamolo pure “per scontato” tale Sistema, ma non dimentichiamoci del valore che esso ha e di quanto vi sia stato e vi sia dietro per costruirlo.

Certo non sarà sufficiente un sistema culturale a scongiurare il pericolo della barbarie, ma sicuramente il pericolo aumenta quando questo sistema viene eluso o viene pensato, qualora accada, con grave insufficienza intellettuale e conseguenti approssimazione, leggerezza, manifeste incapacità o mancanza di impegno.

Oggi si pensa da più parti che basti un approccio populistico per realizzare progetti culturali, locali e non, con l’idea che la cultura abbia una funzione esclusivamente ludica, separata dai temi dell’istruzione e dell’educazione pubblica democratica: scolastica, sociale e civica. Ebbene, questi pensieri non sono casuali visto e considerato che tale compito viene oggi svolto in realtà, con arrogante prevaricazione, e ridottissimo rispetto della democrazia, dai sostenitori del dominio dell’ Impresa, del Commercio, della Finanza, del Mercato, della Scienza a buon mercato, della Tecnologia, dell’Università, della Pubblicità, dello Sport e di quant’altro sia arrivato ad includere, in un intreccio beffardo e bestiale, anche la Politica; insomma oggi qualcuno tende brutalmente a condizionare o addirittura annullare il ruolo dell’istituzione pubblica usurpandone la funzione con il prorompere sulla scena istituzionale e mediatica degli ambiti sopracitati nei quali molto spesso, in questi ultimi decenni, funzionari e dirigenti e persino dipendenti, sono stati invitati e incoraggiati, quando non obbligati, a far prevalere cinicamente non le proprie palesi e ammirevoli capacità individuali bensì le furbesche oscurità individualistiche, manifestate innanzitutto con l’identificare l’avversario col nemico o il contendente con l’usurpatore, estirpate magari attraverso l’arma corruttrice dell’autorizzazione all’inganno giustificata appunto da promesse di facile successo. Si è organizzato lo strapotere del privato. Si è reso legale l’illegale; infallibile l’ingiusto; perfetta l’inettitudine; spontaneo il calcolato; abile l’incapacità; ineffabile il sopruso; abiurabile il senso critico: si è spacciata la volgarità per spontaneità. E lo si è presentato, tutto ciò, come modello di sviluppo, come “Modernità”: di fatto un liberismo culturale cinico e spietato.

“La politica degli avanzi”, tanto per citare un’opera teatrale, quella scritta da Arthur Adamov negli anni sessanta del secolo scorso, sembrerebbe oggi aver avuto il sopravvento: alzando i livelli di tolleranza individuale all’inciviltà, si è alzato il livello di impunibilità della malvivenza sociale.

Non che la Cultura e l’Arte siano risultate immuni da tutto ciò, e anche in questo caso si può parlare di strapotere e di pratiche oligarchiche delle grandi concentrazioni editoriali, televisive e social informatiche per cui, infine, le conseguenze sono state e sono catastrofiche: per certi versi devastanti.

Sono stati anni in cui ovunque ha trionfato l’Edonismo tecnocratico ed è stata umiliata qualunque Bellezza umanistica.

L’unico tema, altrettanto degno di discussione, che invece è sparito letteralmente dal dibattito politico e culturale, è stato quello del Lavoro e, connessi ad esso, il valore della qualità e della cultura che esprime: in sostanza si è rinunciato al primato del Lavoro. Niente male per una repubblica come la nostra, nel cui “Primo Articolo” della Costituzione si afferma essere “fondata sul Lavoro”.

Bene, chi pensasse di poter continuare così senza arrivare a pagare il prezzo di una fine anticipata della civiltà, è da considerarsi, come minimo, uno sprovveduto, nel peggiore dei casi un criminale.

Tuttavia, senza troppo allungare lo sguardo sino a sconfinare nell’Utopia, dico, come tante volte abbiamo detto, che la Cultura, oltre a fare sistema, può generare risorse e produrre occupazione.

Basterebbe assolvere a questo mero compito materiale per fare, della diffusione della Cultura, una perdurante necessità. Certo non quella cultura che attraverso i soli grandi eventi e le grandi e redditizie portaerei mediatiche si presenta come “summa”, Arca di Noè di tutto quanto di bello l’umanità può aspettarsi da sé stessa, perché in realtà i grandi affari culturali altro non sono che un addendo; e se nel totale del calcolo matematico risultano come un membro dell’addizione in quello algebrico probabilmente no, con qualche possibilità di essere collocati invece nella colonna della sottrazione di valore.

E’altrettanto vero tuttavia che non si può banalmente contrapporre a questo la presunta bellezza assoluta di tutto ciò che viene realizzato nel territorio. Perché non è così. Non è automatico che il territorio produca sempre valore. Non tutto ciò che è “grande” è cattivo né tutto ciò che è “piccolo” risulta automaticamente buono. Bisogna distinguere.

Torno allora al discorso sul teatro per chiudere il mio ragionamento e per dire che se scomponiamo la molecola salvifica dell’Arte, cui esso appartiene di diritto, è vero che troviamo il Teatro quale piccolo elemento, apparentemente risibile poiché quantitativamente insignificante. Tuttavia, tale elemento, il Teatro, è in grado di regolare il corpo sociale di una comunità e preservarne la longevità e dunque non può essere ritenuto insignificante: anzi semmai decisivo.

Qualche mese fa, per la prima volta nel corso di un convegno nazionale, ho sentito dare importanza ai teatri delle comunità, ai teatri comunali appunto. Ebbene, Follonica è uno di questi, che per come si è presentato e si sta presentando all’intera comunità regionale e nazionale, può ambire al dialogo con realtà simili alla propria, ma anche assumere, con altri, un ruolo di guida e di esempio e sfruttare a pieno l’opportunità di un’attuale contingenza favorevole per delineare con successo una continuità strategica ai fini di una nuova e necessaria configurazione del sistema teatrale del nostro paese.

Ma perché bisognerebbe continuare a fare tutto questo e sempre meglio, se possibile?

Io credo perché è dimostrato che il Teatro, pur piccola cosa, in quanto produzione, organizzazione, distribuzione e fruizione di una forma d’arte che si esprime con un proprio specifico, solido e articolato linguaggio, contribuisce a rigenerare gli esseri umani e a generare democrazia, cosa di cui quegli stessi esseri umani non possono fare a meno, se ambiscono alla convivenza.

Le modalità, le regole, i principi, i sistemi di protezione con cui dirigere un teatro li ho già, in qualche modo, enunciati in altre occasioni ben sapendo che vanno continuamente consolidati e rinnovati (parlo della alta qualità delle proposte, del teatro inteso come luogo della mente e non solo come spazio fisico, del rapporto tra ricerca artistica e destinazione ludica, ecc., ecc. ), ma va innanzitutto riaffermato il principio della difesa del Teatro come forma di “arte dal vivo” che, appunto, mantiene in vita le forme di espressione con cui si difende e si alimenta una civiltà, e che va a sua volta alimentato e sostenuto con convinzione attraverso risorse pubbliche e private, al di là di qualsiasi mero calcolo di profitto, economico o elettorale che sia, causa altrimenti di ulteriore fonte di imbarbarimento, ostacolo paradossale e contraddittorio al sostegno presunto.

L’imbarbarimento già diffuso, nelle sue forme di micro o macro entità, con cui purtroppo ci stiamo abituando a convivere, non può essere, anche solo inconsapevolmente, tollerato o peggio ancora alimentato e non deve e non dovrà mai avere il sopravvento. Al contrario, la diffusione della consapevolezza e l’invito alla discussione e al confronto circa tali temi, non devono essere identificati o calunniati come eccesso di allarmismo, anzi: vanno esercitati quali pratica per rifondare l’etica democratica, quale obbiettivo di contrasto alla barbarie dilagante dei nostri malaugurati tempi.

Eugenio Allegri, direttore artistico del Teatro Fonderia Leopolda di Follonica

Settembre 2016

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